Pochi filari superstiti, a quasi mille metri d’altitudine, nel territorio di Arquata del Tronto. È lì che all’inizio degli anni Ottanta Guido Cocci Grifoni rintracciò le ultime viti di Pecorino, un’uva che le Marche avevano lasciato scivolare verso l’oblio. Il nome, vuole la tradizione, le viene dalle pecore che pascolavano tra i filari, ghiotte dei suoi acini zuccherini. Il resto lo hanno fatto quattro decenni di ostinazione. Il vitigno salvato in extremis ha oggi una denominazione tutta sua, l’Offida DOCG, riconosciuta nel 2011, e ha superato il Tronto fino a radicarsi anche in Abruzzo.
Di quell’uva Velenosi Vini ha fatto il proprio bestseller. A Roma, nel tradizionale pranzo in cui Angela e Marianna Velenosi presentano le novità della cantina ascolana, il Pecorino è stato il protagonista: tre etichette servite al Viride, il ristorante aperto da Carlo Cracco al Corinthia Rome. «Abbiamo voluto mostrare il Pecorino nella sua complessità – spiegano – senza raccontarlo attraverso una sola chiave di lettura». Tre vini, dunque, e tre registri distinti.

Villa Angela Pecorino DOCG 2025 ne è la versione più immediata. Giovane, fresco, profumato, schiera frutta a polpa bianca e sentori tropicali, dalla banana all’ananas, e accompagna un piatto tutt’altro che remissivo: capesante arrosto, mais, ‘nduja e coriandolo.
Rêve Offida Pecorino DOCG, l’etichetta che secondo Angela Velenosi è diventata «un must in tantissimi ristoranti», è stato servito in due annate a dieci anni di distanza, 2024 e 2014, accanto al riso mantecato con zucca, amaretto e fegato grasso. Il confronto misura il cammino del vitigno: dalla freschezza aromatica della giovinezza a una complessità più profonda e persistente. È la prova più eloquente di una qualità che anche la critica ha cominciato a riconoscere con un certo ritardo. Il Pecorino invecchia, e bene.

La terza lettura riporta il vitigno al punto di partenza. Montagna Pecorino DOC 2025 è la prima espressione di viticoltura d’altura di Velenosi e nasce da un vigneto a 600 metri, proprio ad Arquata. La scelta ha una sua logica agronomica. La maturazione precoce rende il Pecorino adatto agli ambienti freschi dell’Appennino, tra il Gran Sasso e i Sibillini. In quota i grappoli acquistano un profilo più elegante e minerale e conservano intatte freschezza e acidità, i tratti che lo distinguono, mentre il clima mediterraneo dell’Adriatico centrale aggiunge il frutto.
Il contesto, del resto, non concede facili ottimismi. Il mercato del vino attraversa una fase complessa, ammette Angela Velenosi, e la cantina vi risponde con prudenza e investimenti mirati. Il Pecorino, per quanto «un po’ usurpato dall’Abruzzo», continua a dare soddisfazioni in Italia e all’estero, nella ristorazione come nella grande distribuzione. Sul fronte climatico l’attenzione va agli invasi, per garantire acqua alle viti nelle estati estreme come l’ultima, e alla valutazione dei vitigni resistenti Piwi. Poi ci sono i consumi che cambiano, con la domanda crescente di vini a bassa gradazione. La risposta della cantina si chiama Nove, un bianco Marche IGT a 9 gradi, andato subito esaurito.
In prima linea in azienda ci sono i figli: Marianna sul fronte commerciale, Matteo su quello enologico, alle prese con vendemmie sempre più difficili da prevedere. Tra due anni, intanto, aprirà la proprietà appena acquisita per l’enoturismo.
Per un’uva che matura presto e ama il fresco, salire di quota potrebbe rivelarsi assai più di un esperimento.