Great Taste, quando un bollino ti apre un mercato

Sulle barene del Delta del Po la terra è del mare per metà del tempo: l’alta marea la sommerge, la bassa la restituisce, e a fine estate si copre di limonio in fiore. Da lì viene il miele che il 15 settembre, a Londra, il pubblico dei Golden Forks ha votato come il suo preferito, dopo aver assaggiato i finalisti arrivati da tutto il mondo. Si contendevano i premi più ambiti di Great Taste, il concorso britannico che da oltre trent’anni giudica cibi e bevande alla cieca, senza marchio né confezione: quest’anno, su più di quindicimila prodotti, appena il 2% ha ottenuto le tre stelle, il lasciapassare per la finale. Quella stessa sera è stato annunciato che proprio quel miele aveva guadagnato anche il premio al miglior prodotto del Paese, la Golden Fork italiana. A produrlo è Apicoltura Marangon, cioè Alessio Marangon e Gina Imperatrice, una coppia che questo mestiere l’ha scelto e lo pratica in forma nomade: circa trecento alveari che seguono le fioriture da Porto Tolle a Scardovari, da Rosolina a Chioggia, fino ai colli trevigiani. Fanno tutto da soli, dal favo al barattolo, e crescere non è nei loro piani: l’azienda ha la misura di due persone, e intendono lasciarla così.

Restare piccoli, però, non significa restare invisibili. Dal 2025 Great Taste valuta anche in Italia, con giudici italiani e internazionali e lo stesso metodo che segue ovunque: chef, buyer, commercianti e critici assaggiano alla cieca e decidono all’unanimità, tavolo per tavolo, e ogni produttore riceve per iscritto i loro commenti. Dei quindicimila prodotti in gara nel mondo, quelli valutati in Italia sono appena il 2,3%, ma hanno conquistato il 6,5% di tutte le tre stelle assegnate. E nel Regno Unito, dove il logo lo riconosce più della metà degli adulti, quel bollino conta.

Che conti davvero, il 26 ottobre a Milano lo hanno raccontato i produttori stessi, in un incontro ospitato da UniCredit e dedicato alle piccole e medie imprese agroalimentari che cercano mercati all’estero. C’era anche Gina Imperatrice, con il suo miele di barena, e l’assaggio ha dato ragione ai giudici: denso, compatto, di gusto deciso, alla dolcezza iniziale fa seguire una sapidità che sa di laguna, poi chiude su una nota amarognola.

Per un’azienda di quella misura, una valutazione data senza guardare l’etichetta è un’occasione rara. In Italia l’85% delle imprese alimentari con dipendenti ne conta meno di dieci, e alla cieca si compete finalmente ad armi pari: sul tavolo dei giudici, il miele di una coppia polesana e il Gorgonzola di Nuova Castelli, uno dei marchi di Lactalis, gruppo che all’incontro presso UniCredit portava anch’esso la sua testimonianza, si presentano senza nome, e a parlare è soltanto il gusto. Il resto, ha ricordato Riccardo Caravita di Fiere di Parma, lo decide il mercato: il futuro dell’agroalimentare dipenderà «sempre di più dalla nostra capacità di vendere, distribuire e affermare il valore dei nostri prodotti nel mondo». A chi non ha un ufficio commerciale, le stelle fanno da rappresentante.

Lo sa bene Chiara Rizza. Vive a Milano, ma gli ulivi sono quelli di famiglia, in Sicilia, a Chiaramonte Gulfi, dove alcuni alberi arrivano a cinquecento anni. Oleaviva l’ha costruita da sola. Il suo olio di punta, il Gran Cru, deriva da un’unica cultivar, la Tonda Iblea, tipica dei Monti Iblei, e alla prima edizione italiana di Great Taste ha conquistato due stelle. È un’azienda piccola che funziona, e il bollino, racconta, l’ha aiutata parecchio. Non è poco, in un semestre in cui l’export di olio d’oliva italiano è sceso in valore di oltre un quinto.