Sono usciti dalla cucina tutti insieme, alla fine della cena. Sorridenti, fra battute e risate. Avevano passato il pomeriggio ai fornelli di Al Gatto Verde, il ristorante di Jessica Rosval all’interno di quel piccolo scrigno di intelligente eccentricità che è Casa Maria Luigia, nella campagna modenese. Il primo drappello di cuochi, arrivati letteralmente da tutto il mondo, per cucinare col fuoco nella quarta edizione di Firecat.

Con Jessica Rosval c’erano l’indiano Himanshu Saini, che al Trèsind Studio di Dubai esplora le diverse anime gastronomiche del subcontinente, Nicolai Nørregaard del danese Kadeau, Daniel Hadida, che mette in tavola a Pearl Morissette la ricchezza vegetale del territorio intorno alle cascate del Niagara e l’estro inesauribile di Alberto Gipponi, da Dina a Gussago. Sensibilità e radici lontane, capaci di trovare un terreno comune proprio grazie alla potenza del fuoco.
A tavola si è transitati dalle spezie avvolgenti di Himanshu Saini alle suggestioni nordiche di Kadeau, dall’esaltazione degli orti canadesi alle invenzioni di Alberto Gipponi. Di Saini, straordinario il granchio arrostito nel ghee, con spezie dolci e peperoncino, mentre Gipponi ha giocato con un piatto di tagliatelle, di pasta e seppia, incalzate dal rafano. Un piccolo inganno per gli occhi, molto meno per il palato. Nel mezzo, il soffio marino dei gamberi norvegesi di Nørregaard, con rosa e coriandolo, e il sedano rapa di Hadida, laminato con generoso tartufo nero.

«Il fuoco ha sempre riunito le persone», osserva Jessica Rosval. «Firecat nasce dallo stesso istinto: riunirsi attorno alla fiamma, condividere conoscenze, nutrire la passione degli altri e creare insieme qualcosa di più grande di quanto potremmo mai fare da soli». Un proposito che a Firecat, evoluzione di Identità di fuoco, ha trovato una dimensione concreta, fra esperienze gastronomiche lontane, curiosità reciproca e quel piacere di lavorare insieme che nemmeno la più meticolosa delle regie riuscirebbe a garantire.

Il giorno dopo Jessica Rosval ha riservato a Château d’Yquem un pranzo intero. Quattro annate, dal bianco secco Y d’Yquem 2024 allo Château d’Yquem 1995, e altrettanti piatti che hanno esplorato territori poco frequentati dai vini della celebre tenuta di Sauternes. La mandorla amara e l’acciuga accanto ai limoni primofiore, lo zafferano e l’arancia in un risotto ispirato alla bouillabaisse, l’agnello affumicato con albicocca e fregula. Fino agli spaghettini di Gragnano con ananas siciliano, forse l’accostamento più spiazzante sulla carta. Il risultato è stato sorprendente per precisione ed equilibrio: il vino non ha mai avuto bisogno che la cucina gli cedesse il passo. La seconda sera ai fornelli si sono divertiti accanto a Jessica Johnson Ebenezer di Farmlore, Takahiko Kondo di Gucci Osteria Firenze, Albert Adrià di Enigma e Norbert Niederkofler di Atelier Moessmer.

Massimo Bottura, funambolico come sempre, ha fatto gli onori di casa insieme a Lara Gilmore. E mentre ai fornelli si alternavano cuochi di mezzo mondo, il fuoco ha lavorato anche per i pizzaioli: Roberto Davanzo e Michele Pascarella nella prima giornata, Massimo Laveglia, Michele Di Già e Francesco Capece nella seconda. Ad accompagnare le pizze, Dom Pérignon.

E poi Agostino Perrone e Giorgio Bargiani, le due anime del Connaught Bar di Londra, con il loro celebre Martini. Il carrello e il cerimoniale londinese erano rimasti a Mayfair, ma il fascino di quel bicchiere triangolare era intatto.
