Al banco della colazione le cialde dei cannoli aspettano vuote, ammonticchiate in un vaso di ceramica dipinto a limoni. Sono le sole a non essere preparate in casa. Il resto nasce qui, a cominciare dalla farcitura, che entra in scena soltanto quando il cannolo ha già un destinatario: ricotta di pecora, crema alla vaniglia, pistacchio o chantilly. Poco più in là due carretti siciliani dipinti fanno da credenza, uno per le cinque granite del giorno, nei pozzetti dai coperchi a cupola, l’altro per le brioche col tuppo, mentre otto torte e sei lievitati, dalla veneziana al pistacchio all’iris fritta, si contendono lo spazio con formaggi, pani e verdure.

Anche il menu profuma di Sicilia e si concede il dialetto. L’omelette di albumi diventa «Pisci d’ovu iancu», l’avocado toast «Pani, pirru virdi», e tra i piatti del mattino compare l’arancino alla Norma, che a Taormina nessuno trova fuori orario. La granita, porzionata al carretto nei bicchierini di vetro, ricompare nella lista dei cocktail, con lo Champagne. Tra i dolci più amati, però, c’è un banana bread, caro soprattutto alla numerosa clientela americana: tra cannoli e granite, una piccola sede consolare.

È la prima colazione del San Domenico Palace, a Taormina, che per quasi cinque secoli è stato un convento domenicano. Alla fine dell’Ottocento il principe Cerami lo trasformò in uno dei primi grand hotel d’Europa, e Four Seasons lo ha riaperto nel 2021, al termine di un restauro filologico che lo ha spogliato dei ritocchi accumulati nel tempo. Nel mezzo è passato un secolo di divi e scrittori, da Oscar Wilde a Truman Capote. Greta Garbo ci veniva in incognito, con il nome di Miss Harriet Brown, ed Elizabeth Taylor nel 1967, su una delle terrazze delle suite, avrebbe rotto un mandolino in testa a Richard Burton durante una lite.

Se oggi la mattina parla siciliano, la sera in autunno cambia accento: è cominciata la stagione del tartufo bianco, aperta da una cena a quattro mani con un cuoco piemontese. Ugo Alciati, che nella tenuta di Fontanafredda, a Serralunga d’Alba, firma la cucina di Guido, una stella Michelin, ha portato con sé il Piemonte più classico, il vitello tonnato e la tagliatella ai quaranta tuorli con il tartufo bianco. Massimo Mantarro, padrone di casa al Principe Cerami, gli ha risposto con una guancia di vitello stufata al Marsala, topinambur e altro tartufo: le Langhe e la Sicilia nello stesso piatto. Tutto accompagnato dai vini di Fontanafredda, fino a un Moscato d’Asti vintage, un 2012: una rarità, per un vino che di solito si beve giovane.

Che la tavola qui abbia tanto peso si deve anche a Imelda Shllaku, la direttrice arrivata nel 2025 dopo oltre trent’anni di alberghi di lusso, da Capri a Londra, da Dubai alle Maldive. Albanese di Kukës e buona forchetta, sulla gastronomia ha puntato da subito, con un entusiasmo capace di galvanizzare l’intera squadra.