Luigia Petillo, 96 anni, fa sessanta gradini tra il garage e la cucina cinque o sei volte al giorno. Ama i broccoli di rapa e i carciofi, ma anche dolci e gelati. Da bambina rubava pezzi di zucchero dalla dispensa. Il suo desiderio più grande? Viaggiare. Perché, sostiene, l’importante non è soltanto ciò che si mangia, ma le soddisfazioni che ci si prende nella vita. Giovanni Del Gaudio ha superato i cento e fino a 98 anni andava ancora a raccogliere la legna. «In questi posti si vive meglio», dice. Poi aggiunge: «Ma non per i giovani».

Questi posti sono il Cilento. Luigia e Giovanni sono due delle centinaia di voci raccolte nel Museo Virtuale della Dieta Mediterranea da Elisabetta Moro, antropologa dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. E si possono ascoltare tutte online. Più che un repertorio di ricette e buone abitudini, è una specie di autobiografia collettiva: si parla di cibo, certo, ma anche di lavoro, partenze, campi, famiglia, feste, povertà, desideri. Di come si è vissuto, insomma. E non ci sono solo centenari, ma anche contadini, pescatori, produttori, cuochi che il Cilento lo vivono oggi.
Un’autobiografia, per quanto ricca, racconta però soprattutto ciò che è stato. Elisabetta Moro prova a rovesciare la domanda: che cosa può diventare oggi tutto questo? Come lo si trasforma in una ragione per viaggiare senza ridurlo a un format turistico?

Ad Ascea, nei giorni scorsi, Moro ha provato a dare una risposta molto concreta. Partendo anche da una ricerca del 2025 sull’adesione alla Dieta Mediterranea, ha individuato un possibile viaggiatore: attento alla sostenibilità e ai prodotti locali, disposto a camminare, interessato alla salute e al benessere, curioso di conoscere luoghi e persone oltre che desideroso di sedersi a tavola.

L’occasione è stata Praesentia, il progetto della Regione Campania che attraverso l’enogastronomia prova a raccontare territori, paesaggi e comunità e che ad Ascea ha riunito studiosi, amministratori, produttori e cuochi intorno al tema del turismo della Dieta Mediterranea. Il viaggio proseguirà fino a dicembre, con altre cinque tappe a Pozzuoli, Avellino, Aversa, Benevento e Napoli.

L’idea è costruire esperienze che tengano insieme ciò che qui è già naturalmente vicino: i luoghi di Ancel e Margaret Keys e le testimonianze di chi la Dieta Mediterranea l’ha praticata senza chiamarla così, la cucina e i prodotti, i sentieri, il movimento, il rapporto con la natura e il benessere. Non un itinerario obbligato né una collezione di tappe da spuntare, piuttosto diversi modi di entrare nel territorio.

Una prima geografia potrebbe già esserci. Stefano Pisani, sindaco di Pollica, ha annunciato il Cammino della Dieta Mediterranea: circa 140 chilometri attraverso tredici comuni, un progetto che dovrebbe essere implementato a breve. Un filo per tenere insieme paesi, paesaggi e comunità. «Dobbiamo trasformare i valori del territorio in opportunità che permettano alle persone di restare».
A Velia, intanto, qualcosa di questa idea si vede già. Tiziana D’Angelo, direttrice del Parco Archeologico, comincia la visita non dalle rovine ma dalla natura. «È il primo passo per comprendere l’archeologia di Velia». Macchia mediterranea, erbe selvatiche, melograni fanno parte del racconto quanto le pietre. Del resto questo è un Parco Archeologico dentro un Parco Nazionale, e persino gli ulivi del sito continuano a fare il loro mestiere: dalle olive nasce Iulius, l’olio prodotto insieme alla Cooperativa Nuovo Cilento.
Poco lontano, a Casal Velino, I Moresani fanno qualcosa di simile partendo dall’agricoltura. Azienda biologica prima ancora che agriturismo, coltivano ortaggi, producono olio e vino, allevano animali e trasformano latte e carni. Ma soprattutto hanno cominciato ad aprire questo piccolo mondo a chi arriva: si raccolgono le verdure nell’orto e le uova nel pollaio prima di cucinare, si parte a piedi, a cavallo o in e-bike verso i borghi, si incontrano altri produttori. La vacanza entra per qualche ora nei gesti quotidiani dell’azienda.
Alle Colline di Zenone, ad Ascea, Maria Rosaria Trama, professoressa di latino e greco prima che produttrice di olio, accompagna tra giganteschi olivi di cultivar Pisciottana, alcuni plurisecolari, e parla di Zenone e Parmenide, di piante come monumenti viventi, delle energie che si scambiano e delle reti invisibili che le tengono insieme. Ci si può credere o no. Ma camminare sotto quelle chiome, a poca distanza dall’antica Elea, rende improvvisamente meno astratto il legame fra paesaggio, pensiero e agricoltura. E un abbraccio al tronco di un ulivo millenario ci scappa.

Cristian Santomauro aveva 17 anni quando preparava le ammaccate alle feste di Piano Vetrale per raccogliere fondi destinati ai nuovi murales del paese. Oggi ne ha 36, è ingegnere e di quella vecchia pizza cilentana che gli insegnava nonna Teresa ha fatto un mestiere. A Casal Velino coltiva i suoi grani e da pochi mesi ha portato in pizzeria anche un mulino a pietra. Semina, raccoglie, macina ogni settimana e calibra le farine in funzione degli impasti e delle stagioni. L’ammaccata, intanto, è rimasta quella: una pizza nata nei giorni in cui si faceva il pane, schiacciata con le mani e condita con quello che c’era.
Il Cilento ha già quasi tutto, compreso un nome che tutto il mondo conosce: Dieta Mediterranea. Deve soltanto evitare gli errori commessi altrove: non trasformare i paesi in scenografie, le tradizioni in format, i prodotti in souvenir. Crescere, certamente. Ma senza diventare la copia turistica di se stesso.