Damilano, stessa annata tre vigneti: dalla teoria il terroir entra nella pratica

Tre Baroli del 2022, tre bicchieri sul tavolo. Stessa uva, stessa annata, stessa cantina. Eppure, a berli uno dopo l’altro, Castellero, Cerequio e Cannubi sembrano avere ben poco in comune. È una dimostrazione piuttosto convincente di quanto conti il luogo in cui cresce la vite. Più efficace, almeno per chi assaggia, di molte dotte dissertazioni sul terroir.

A proporre il confronto è stata Damilano, una delle aziende storiche del Barolo, durante una degustazione organizzata al ristorante Il Marchese di Milano. Una scelta interessante anche perché il 2022 non è stato un anno facile per il Nebbiolo. Poche piogge durante l’inverno e la primavera, poi un’estate lunga, calda e siccitosa. Le rese si sono ridotte, i grappoli sono rimasti piccoli, mentre le escursioni termiche e le piogge di settembre hanno contribuito a completare la maturazione. Il risultato, secondo la cantina, è un’annata di buona concentrazione, con tannini maturi e una freschezza che ha resistito alle temperature elevate.

Ma il punto è che i tre Baroli 2022 non si assomigliano. Il Castellero mostra una struttura vigorosa, una trama tannica ben presente e una nota sapida che accompagna il finale. Il Cerequio ha un passo diverso, più elegante e articolato, con una complessità aromatica che si sviluppa progressivamente. Il Cannubi trova invece il proprio equilibrio fra pienezza e finezza, con tannini più morbidi e una sensazione complessiva di armonia. Tre interpretazioni che spiegano perché, parlando di Barolo, il nome del vigneto sia diventato importante quasi quanto quello del produttore.

Per Damilano, del resto, la geografia è una questione centrale. Fondata nel 1890 e oggi guidata da Paolo, Mario e Guido Damilano, quarta generazione della famiglia, l’azienda dispone di 58 ettari vitati nelle Langhe. Alle degustazioni milanesi era presente anche Chiara Damilano, figlia di Paolo, che segue lo sviluppo dei mercati esteri. Le proprietà della famiglia comprendono alcune delle menzioni geografiche aggiuntive più conosciute della denominazione: Cannubi, Brunate, Cerequio, Liste, Castellero e Raviole. Una collezione di vigneti che permette di osservare quanto possa cambiare il carattere del Nebbiolo anche a distanze relativamente brevi.

Cannubi occupa naturalmente un posto particolare. È qui che nasce anche la Riserva Cannubi 1752, protagonista della prima parte della degustazione milanese. Il numero ricorda l’anno inciso su una bottiglia storica, conservata a Bra, che già riportava il nome Cannubi. La Riserva proviene da Tumela, nella parte alta e centrale della collina, da viti che hanno superato i cinquant’anni.

In questo caso, anziché cambiare vigneto, si è cambiata annata. Quattro vendemmie, 2010, 2013, 2016 e 2019, per osservare come il tempo e le condizioni climatiche possano modificare l’espressione di uno stesso luogo. La 2010 è la più austera, con una struttura ancora importante; la 2013 punta sulla finezza; la 2016 si distingue per l’equilibrio fra frutto, tannino e freschezza; la 2019 mostra un carattere più dinamico e una tensione ancora evidente.

Anche l’affinamento richiede pazienza: sessanta mesi in grandi botti di rovere, seguiti da ventiquattro mesi in bottiglia. Sette anni complessivi prima della commercializzazione, due in più rispetto al minimo previsto dal disciplinare del Barolo Riserva. Un investimento di tempo che ha un peso economico non trascurabile, oltre che enologico.

Ma Damilano non guarda soltanto al Barolo. La novità presentata a Milano è un Vermouth realizzato insieme a Marolo, storica distilleria piemontese. Una collaborazione che porta la cantina nel mondo della miscelazione, recuperando una tradizione profondamente radicata in Piemonte. La base di Arneis, la ricchezza aromatica e la componente amaricante disegnano un prodotto che amplia il repertorio dell’azienda e le occasioni di consumo.

In Langa, invece, punta anche sulla tavola, con il ristorante La Giornata 3810, affidato agli chef Antonio Grasso ed Edgar Chaccha.