All’Hotel Cipriani l’arrivo in barca è sempre scenografico. Mentre ti appoggi al braccio del portiere per saltare a terra, gli sguardi scivolano via. È una coreografia minima, ben collaudata. Understatement. Privacy. Qui l’eleganza è fatta anche di omissioni.

Del resto decenni di ospitalità ad altissimo livello, l’abitudine a confrontarsi con personalità d’eccezione e la capacità di non stupirsi di nulla entrano nel Dna. Il Belmond Cipriani, si sa, è un’istituzione. Da maneggiare con cura. Per questo era forte la curiosità di vedere come ci avrebbe messo le mani Peter Marino, l’archistar newyorkese dal look biker – giacche e pantaloni in pelle nera, borchie e catene, perenne berretto in testa – cui Lvmh ha affidato il restyling.
Marino non ha rifatto l’Hotel Cipriani – operazione che avrebbe avuto qualcosa di vagamente sacrilego – lo ha rimesso in asse. Ha lavorato sulle proporzioni più che sulle superfici, togliendo peso dove negli anni se ne era accumulato senza accorgersene. Pur essendo tutto molto “ricco”, risulta più leggero. Proprio come Marino, che dietro l’immagine da vocalist dei Village People nasconde, non a caso, l’animo raffinato dell’esteta, grande cultore d’arte. Gli spazi restaurati respirano, le stanze hanno perso quella rigidità maestosa da grande albergo classico.

Il ristorante ORO è il punto in cui il nuovo equilibrio si esprime al meglio. Marino qui mette in scena una Venezia stratificata e lucidissima: gli anni Cinquanta e Sessanta della Dolce Vita, il rococò settecentesco, l’arte contemporanea. La sala si apre alla laguna con grandi vetrate a volta: tutto intorno pareti rivestite in vetro di Murano colato a mano, superfici in foglia d’oro, inserti in verre églomisé, lampadari Seguso, tavoli in mogano disegnati dall’archistar.

Pavimenti in terrazzo che richiamano la tradizione veneziana. Tutto concorre a costruire una scena coerente, persino i piatti, ispirati a Pollock e rifiniti in oro zecchino, e le tovaglie che replicano il movimento dell’acqua. Un ambiente pensato per sospendere il tempo. Io ne ho avuto esperienza diretta la sera che mi sono seduta a tavola dopo un burrascoso temporale: era come essere sospesi nella bambagia, la laguna, soffice e impalpabile, si mescolava al cielo ancora burbero, in un’atmosfera onirica.

A riportarmi alla dovuta concretezza la cucina solare di Vania Ghedini. Giovane chef di solida esperienza. È arrivata qui nel 2024 con un figlio di pochi mesi, dettaglio privato ma rivelatore: il suo modo di lavorare ha qualcosa di molto tangibile, poco incline alla messa in scena. La sua è una cucina che non ha bisogno di dichiararsi contemporanea, lo è nei fatti.

La laguna è il punto di partenza, ma senza quella retorica un po’ stanca che spesso la accompagna. Erbe di barena, molluschi, una rete di piccoli produttori locali. La tecnica resta esattamente dove dovrebbe stare: dietro.

Un esempio su tutti: l’“Omaggio a Carpaccio”. Carne, fico, santoreggia. Il riferimento a Vittore Carpaccio, ironicamente, è reso pittorico, una tela alimentare a custodire la pietanza. Anche il tiramisù si muove nello stesso territorio: riconoscibile, ma non accomodante. Sei mezzelune, consistenze che cambiano ritmo, una foglia d’oro che qui sembra più memoria bizantina che decorazione.
Un approccio che manifesta una formazione stratificata: Emilia-Romagna per il gusto pieno, Marocco, dove per anni ha diretto il Sesamo dei fratelli Alajmo a Marrakech, per le spezie e le contaminazioni, un passaggio decisivo accanto a Massimo Bottura, che qui firma la direzione creativa. La sua supervisione è decisiva, ma la sensazione è che la cucina viva di una sua autonomia piuttosto consolidata.
“L’Emilia-Romagna mi ha trasmesso il rispetto per il prodotto e per una cucina che emoziona senza bisogno di spiegazioni – spiega la chef -. Il Marocco invece mi ha lasciato il fascino delle spezie, dei profumi e del dialogo tra culture diverse. nei miei piatti queste anime non convivono come elementi separati ma si fondono naturalmente. Massimo Bottura mi ha insegnato che la tradizione non è qualcosa da conservare sottovetro ma una materia prima da interpretare e raccontare”.
Interessante il pranzo, novità di quest’anno, che non è una versione abbreviata della sera. Cambia registro, si apre, senza però scivolare nel generico internazionale da hotel cinque stelle lusso. Anche quando compare un club sandwich, finisce inevitabilmente in laguna: scampi e granchio blu. Un piccolo slittamento, ma sufficiente.

Fuori da ORO, l’Hotel Cipriani continua a fare il Cipriani. Un osservatorio più che un palcoscenico. Sono passati tutti – e continueranno a passare – ma non è questo il punto. A fare la differenza è lo stile. Durante la Biennale o la Mostra del Cinema la scena è sempre la stessa: tavoli in cui si tira notte, conversazioni poliglotte, appuntamenti che si sovrappongono e da cui possono emergere contratti milionari. Qualcuno beve un Bellini con aria distratta, qualcun altro occhieggia la piscina, come se una vasca olimpionica fosse la cosa più normale di Venezia e non l’esempio palese di un’incomprensione linguistica (la misura in piedi del progetto notoriamente intesa in metri).
PS: Immancabile una visita ai bagni (tutto d’oro quello del ristorante, of course, psichedelico quello dietro la lobby). Qui Marino ha dato il meglio di sè….
