Tartufi cinesi o magrebini? Qualcuno in Parlamento vorrebbe lasciarli “coltivare” in Italia

Tartufi
Tempo di tartufi, tempo di polemica. Ogni anno, a quest'epoca, si ragiona sulla scarsità del pregiato bianco d'Alba, qualcuno azzarda addirittura che sui banchetti piemontesi approdino surrettiziamente Tuber di origini ben meno nobili e c'è sempre chi pensa di avere un pezzo di verità in più.
In linea di massima, è ovvio, è meglio avere un trifulau di fiducia, ma chi acquista alla Fiera di Alba è tutelato e può sempre chiedere l'intervento dei "giudici", posizionati su una specie di ring in mezzo al padiglione e in grado di dirvi se il prezioso tubero che avete appena acquistato è di buona qualità. Senza entrare nel merito del prezzo. Lì vince il mercato. E quest'anno va bene, perché i prezzi in media sono inferiori del 30% all'anno scorso.
Il vero pericolo, però, avvertono Coldiretti e Cia (confederazione italiana agricoltori) è il possibile arrivo in Italia di coltivazioni di tartufi cinesi o magrebini. In Parlamento sono in discussione ben due proposte di legge sul tartufo che puntano a modificare la normativa attualmente in vigore risalente al 16 dicembre 1985.In sostanza, ha detto all'Ansa Paola Grossi, responsabile dell'ufficio legislativo Coldiretti, "le modifiche introdotte alla legge vigente consentirebbero di commercializzare specie non autoctone, in particolare le specie cinesi Tuber indicum, Tuber himalayensis e Tuber sinense e quella magrebine Tuber oligospermum, che sono altamente virulente e capaci di grande adattamento, con la conseguenza di poter danneggiare se non eliminare le nostre specie pregiate autoctone molto più sensibili, delicate ed esigenti".
In pratica si consentirebbero degli allevamenti, o meglio delle colture di tartufi meno pregiati. Ma come farebbero i consumatori ad essere tutelati? Oggi Condiretti e Cia sono state ascoltate in audizione in Commissione agricoltura della Camera. E sono state nette nel bocciarela proposta. 

"Si tratta di robaccia – ha detto senza mezzi termini Ivan Nardone, responsabile del dipartimento economico della Cia – robaccia che può far scadere l'immagine di uno dei nostro gioielli alimentari: il consumatore potrebbe cadere in inganno ed essere poi disincentivato ad ulteriori acquisti".

E non basta. Nella modifica di legge si apre anche la strada al riconoscimento del tartufo come prodotto agricolo. Con un conseguente scontro tra i proprietari agricoli e i cavatori che finora hanno avuto la possibilità di svolgere la raccolta anche nei terreni di proprietà, purchè non coltivati, secondo una sentenza della Cassazione. Se arrivasse invece il riconoscimento ex lege di prodotto agricolo, la stessa libertà di caccia non sarebbe invece più garantita. 
Almeno sul tartufo possiamo lasciar fare solo alla natura?
Tags:
  • pol |

    Il tartufo E’ un prodotto agricolo, essendo un fungo ed essendo coltivabile. Siamo l’unico Paese al mondo che non lo riconosce agricolo ai fini IVA.
    E’ sufficiente mantenere 2 articoli della legge attuale (DL752) in cui si dice che la ricerca è libera nei boschi e terreni non coltivati e che per riservarsi la raccolta bisogna chiudere o tabellare il fondo.
    Esattamente come i funghi!
    La CIA e COLDIRETTI dovrebbero fare in modo che il tartufo diventasse agricolo com’è nel resto del mondo.
    Se fosse agricolo non avremmo una tracciabilità migliore del prodotto ?

  • carl |

    Ma quanti tartufi da pelare..Chi l’avrebbe mai detto..!?
    Insomma accanto e/o dietro ai grossi problemi ci sono anche quelli medio-piccoli..

  Post Precedente
Post Successivo