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Tra Michelin e 50 Best, non sempre la trasparenza è un plus

Ieri sera si è consumato l'annuale happening glamour-gastronomico londinese che santifica le 50 migliori tavole del mondo.

Io non c'ero. Ero a tavola, questo sì, in uno dei tre stelle Michelin italiani, l'Enoteca Pinchiorri di Firenze, dove si svolgeva una degustazione di champagne Pommery (quelli di madame Louise, la signora che ha inventato – per la gioia di tutti i bevitori – lo champagne Brut) con grandi formati, giustiziati alla sciabola.

In cucina gli chef preparavano i piatti con un occhio al tablet dove correva in streaming la premiazione londinese. Gran dispiacere per la perdita di un alfiere nazionale nel drappello dei magnifici cinquanta (Scabin, sceso al 51mo posto). Soddisfazione per il terszo posto mantenuto da Bottura.

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Mentre li scrutavo di nascosto mi sono chiesta perché una brigata che ha conquistato e mantiene le tre stelle Michelin in cuor proprio anelerebbe a stare su quel palco del vecchio municipio di Londra.

I 50 Best valgono più della Michelin? Molti ne hanno discusso in questi giorni. Di sicuro la "Rossa" non è più l'unica a muovere i bilanci dei ristoranti (circolano aneddoti sulla prima vittoria di Redzepi, che tornato ancora un po' stordito di gioia a Copenhagen sarebbe stato accolto da 10mila – avete letto bene – richieste di prenotazione).

Resta il fatto che pur essendo più "trasparente" della Michelin (i 900 votanti al mondo sono più o meno conosciuti) la classifica londinese sponsorizzata da San Pellegrino non è per questo più democratica. Anche quest'anno le lobby hanno funzionato egregiamente, soprattutto la spagnola, come sempre, seppure battuta clamorosamente con l'inaspettata retrocessione dal primo al secondo posto dei fratelli Roca. Possibile che in Spagna ci siano 7 ristoranti degni di entrare nell'empireo e in Italia solo 3?

Non credo proprio. Forse in Italia ci si dovrebbe svegliare e chi coordina i votanti potrebbe spingere a fare più squadra.

Detto questo a me piace l'understatement della "Rossa", il fatto che gli ispettori restino sconosciuti mi sembra dia maggiori garanzie, anche se pure la guida francese non è esente da errori e ancora troppo avara sui tre stelle italiani.

Resta il dilemma, come si giudica un gran ristorante? Solo da quel che c'è nel piatto? Dall'atmosfera? Dal servizio? Quello, impeccabile, offerto ieri all'Enoteca, è testimone di straordinaria professionalità. Annie Feolde e Giorgio Pinchiorri possono tranquillamente infischiarsene delle classifiche d'oltre Manica.

  • sasha carnevali |

    si dice “una stella per il cibo, due per cibo e vino, tre per cibo, vino e ambiente”, no? ma la rossa lascia fuori con questi parametri posti come le chateaubriand di parigi dove si mangia in maniera perfetta e si beve molto bene perchè l’ambiente è comunque troppo chiassoso anche per la prima stella…
    secondo me è bene avere più guide, a seconda del tipo di esperienza che si ha voglia di fare. as the mood strikes, insomma.

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