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Paradossi (auspicabili) in laguna

Metti una grande casa di champagne. Uno chef de cave, il demiurgo dei millesimati, di straordinario impeto creativo. Un grande museo veneziano. Due donne di talento, una protagonista di lungo corso nel mondo dell’arte e l’altra critica d’arte e curatrice. Aggiungi il fascino di Venezia e il gioco è fatto.

All’inizio, devo ammetterlo, non ho potuto evitare di pensare a un piccolo dispetto tra due magnati del lusso francese. Bernard Arnault, patron di Lvmh e quindi anche della galassia di grandi case di champagne tra cui Dom Pérignon, che si diverte a fare uno  sgambetto al concorrente Pinault, mecenate dell’arte contemporanea veneziana dopo l’acquisizione dagli Agnelli di palazzo Grassi e lo straordinario recupero di Punta della Dogana che oggi ospita parte della sua imponente collezione privata.

Arnault, tramite Dom Pérignon, cala in laguna con un progetto di dimensioni ovviamente molto più contenute ma interessante e innovativo. Ieri sera è stato inaugurato alla galleria internazionale d’arte moderna di Cà Pesaro lo Spazio che prende il nome dalla maison di champagne, grazie al restauro di due sale rimaste chiuse per anni. Le sale, che si affacciano sul Canal Grande, ospitano la prima mostra dedicata ai “Paradossi”, incontri inattesi tra l’arte contemporanea e opere degli ultimi due secoli.

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Lo spazio, secondo le intenzioni di Dom Pérignon e della Fondazione Musei Civici di Venezia, diretta da Gabriella Belli (cui Cà Pesaro fa capo) si propone come una singolare «project room» in cui si mescolano e si contaminano a vicenda il «vecchio» e il «nuovo». La prima mostra, curata da Angela Vettese, è di grande potenza. Un dialogo tra l’imponente opera di Giulio Aristide Sartorio – teleri intitolati Il Poema della vita umana realizzati per la Biennale d’Arte del 1907 – e i suoni, ripetuti e ossessivi, diffusi da altoparlanti che sono l’unico elemento fisico contrapposto al ciclo pittorico.

Le figure contorte e drammatiche di Sartorio, amate da D’Annunzio, accolgono l’intervento sonoro del giovane artista vicentino Alberto Tadiello (l’incipit di una composizione musicale registrata e ripetuta molte volte in modo sfalsato, «come a mostrare il risultato di una torsione»).  Il tutto all’insegna del paradosso, che è l’essenza intima di Dom Pérignon, secondo la poetica (in cantina? ebbene sì) dello chef de cave Richard Geoffroy.

Un esempio illuminante di come privato e pubblico, a volte, possono fare il meglio. E anche una rilettura del passato: il museo di Cà Pesaro nasce infatti agli albori del Novecento per accogliere i cosiddetti “refusée”, opere di giovani artisti rifiutate dalla Biennale. Ai tempi, anche quelle di Boccioni e Casorati.