La prima cosa che si nota non è quello che c’è, ma ciò che scompare. Il rumore, per esempio. Arrivando da Marrakech, dopo la teoria ipnotica delle palme e il traffico disciplinatamente caotico, la strada s’acquieta e si incontra un lungo muro color terra.

Selman Marrakech si apre allo sguardo con enfasi teatrale: il portico, le ombre studiate, la luce filtrata. È la firma, inconfondibile, di Jacques Garcia, che qui gioca con velluti, proporzioni e un’idea di misurata opulenza. Il minimalismo è altra cosa, evidentemente, ma in queste sale non si sfiora mai l’eccesso: è una messa in scena ben diretta.
Poi, all’improvviso, lo spazio si allunga. Una piscina che sembra non finire mai – ottanta metri di prospettiva liquida – e, sullo sfondo, le scuderie. Non un dettaglio decorativo, ma il cuore del racconto. Qui i cavalli arabi purosangue non sono un’attrazione: sono un’ossessione elegante, una presenza viva che definisce l’identità del luogo. Si muovono con grazia, da prefetti padroni di casa. Li vedi spuntare all’improvviso, mentre fai colazione o sorseggi un tè alla menta. E già questo basterebbe a giustificare il viaggio.

Le camere – cinquantacinque, più suite e ville – giocano tutte sulla stessa idea: essere in Marocco senza cadere nel cliché. Tadelakt, legni scolpiti, tessuti importanti, ma sempre con misura ed eleganza. Le ville hanno piscine e lussureggianti giardini privati.

Ma il Selman non è un hotel da contemplazione passiva. È un luogo d’azione. Si può iniziare con una cavalcata tra i giardini o con un’esperienza equestre più tecnica: lezioni, volteggio, perfino percorsi di “equi-wellness” che mescolano disciplina e meditazione. Se invece si predilige un’altra forma di disciplina, quella del benessere fisico, c’è la Spa Chenot: 1.200 metri quadrati di hammam, idroterapia, trattamenti e programmi mirati di remise en forme. Qui la parola detox viene presa sul serio, ma senza quell’aura punitiva che spesso la accompagna altrove.

E infine l’intrigante capitolo gastronomico. La collaborazione con lo chef pluristellato Jean-François Piège porta una doppia anima: da un lato la cucina francese contemporanea, precisa ma senza eccessive rigidità, dall’altro un incontro generoso con gli ingredienti marocchini.
Si può passare da un pranzo leggero a bordo piscina a una cena più elaborata da Sabo, il ristorante fine dining disegnato da Garcia in atmosfera “Belle Époque marocchina” e che deve il suo nome a un riferimento poetico ai ferri di cavallo (sabots in francese). Marocco autentico invece da Assyl, dove una brigata tutta al femminile restituisce la tradizione con grazia.
Il brunch della domenica è uno spettacolo a sè, con i cavalli che sfilano mentre un duo cubano suona in sottofondo. Solo per pochi fortunati, infine, le cene private organizzate accanto alle scuderie, con annessa sfavillante coreografia equina.
